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Ho letto con interesse, Arch. Esposito, la sua replica alla mia nota sull’assenza di indignazione da parte dei nostri concittadini. Apprezzo particolarmente il tono cui ricorre a piene mani ma con sapiente misura, a conferma di come l’ironia sia tra gli strumenti più efficaci per argomentare questioni anche spinose.
Una replica che a sua volta mi induce a mettere brevemente sul piatto del confronto un nuovo aspetto, inerente al ruolo dei pensatori, giornalisti, accademici, scrittori, professionisti della nostra città. Credo di poter dire, senza tema di smentita, che siamo circondati dal loro silenzio, che la assenza di prese di posizione pubbliche su questioni cruciali da parte di coloro che rappresentano la parte trainante del pensiero collettivo della comunità, pesi oltremodo su una realtà che fatica ad uscire dalle nebbie in cui sopravvive così come dalle miserie rimbombanti dai social. E questo impoverisce tutti.
Faccio fatica ad immaginare che non vi sia giudizio; faccio fatica a credere che non vi sia analisi; faccio fatica a considerare l’afasia di chi, per vocazione e per sensibilità, è chiamato a prendere posizione e non lo fa. Per queste ragioni, il suo intervento, prima di ogni altra cosa, a me pare come uno squarcio - mi auguro promettente – che strappa il velo del silenzio e che può invece spalancare le porte per consentire alla Società Civile di questa città di riappropriarsi del proprio ruolo, sia esso di denuncia, di consenso, di dubbio, per dare così vita ad un dibattito, ad un dialogo non più alimentato da divergenze ideologiche precostituite o da povertà umane irriducibili, ma sostanziato dal valore del confronto, dalla profondità della visione, dalla apertura delle idee.
Ecco perché, accolgo con particolare apprezzamento il suo intervento.
Ma ci sono altre due questioni, che riporto brevemente.
La prima viene suscitata dal vuoto di entusiasmo che ci circonda. Ecco, confesso che uno degli aspetti più tristi e deprimenti dell’attualità, è questa assenza di fervore, questa assoluta abdicazione al vuoto, che si fa palese e iconica quando passiamo, soprattutto nelle ore pomeridiane, lungo i corsi o nelle piazze: non c’è più nessuno (eccezion fatta per i nostri ospiti extracomunitari), come se ci fossimo tutti ritirati nelle case, senza più il gusto di viverla, la nostra città, senza più la passione di nutrirsi della compagnia - tratto squisitamente provinciale - ma senza passione per nulla, come lei perfettamente testimonia nel suo intervento. E una città senza passione, cittadini senza passione, dove andranno?
E poi c’è quest’altra cosa che mi è suscitata da una delle reazioni al suo testo; qualcuno le chiede se lei è pronto a scendere in piazza. Bene, tradotto in altri termini, decisamente meno provocatori, questo significa: che bisogna fare concretamente? Qui entrano in gioco le competenze, la fantasia civica, l’intelligenza individuale e quella acquisita con la professione, la capacità di inventare azioni e gesta, il coraggio di agire. Come? Ce lo dicano, appunto, pensatori, giornalisti, accademici, scrittori, professionisti. Il contributo che ci attendiamo sarà sì di riflessione ma anche di proposta.
Perché nel calderone della rana che bolle, corriamo il rischio di finire tutti, creando così un presente depresso e lasciando in eredità un nulla sterile.
AMLETO

FOTO: elaborazione AI - certastampa digital