



È un racconto particolare, quello che state per leggere. Il racconto di una donna, di una madre, di una professoressa, di una consigliera comunale, di una madre, di una teramana che sa nutrirsi d'arte e che non ha voluto perdersi l'occasione di visitare la Biennale prima che fosse oggetto dei commenti del Mondo. Queste sono le emozioni (e le foto) di Maria Cristina Marroni e noi siamo felici di offrirvele..
Nella giornata di pre-apertura della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, la città lagunare si presenta ancora una volta come un organismo multiforme, dove l’arte si articola tra i Giardini e l’Arsenale, ridefinendo continuamente il rapporto tra spazio nazionale e visione senza confini. L’edizione 2026, titolata "In Minor Keys" e affidata al progetto curatoriale di Koyo Kouoh, si declina attraverso oltre 100 partecipazioni nazionali, confermando la Biennale come il sistema più complesso di narrazioni estetiche che si confrontano e compenetrano. Il cuore storico della manifestazione risiede nel Padiglione centrale presso i Giardini, che pulsa come un metronomo nella precipua funzione di atlante geopolitico dell’arte, riflettendo storie architettoniche e culturali stratificate. Il padiglione austriaco, firmato da Florentina Holzinger, si impone come uno dei più radicali: "SeaWorld Venice" non è una semplice esposizione ma un dispositivo performativo diffuso, che rompe i confini fisici del padiglione per espandersi nella laguna. L’acqua diventa elemento politico oltre che simbolico: spazio di controllo ma anche di resistenza. Il corpo – spesso portato a limiti estremi – è il vero campo di battaglia. Holzinger costruisce un ambiente fluido, instabile, dove natura e tecnologia collidono, mettendo in crisi qualsiasi forma di rappresentazione stabile. Il risultato della visione sontuosa di chilometri quadrati e lineari di installazioni è un’esperienza immersiva e perturbante: più che osservatore, il pubblico è chiamato a negoziare costantemente la propria posizione. Altrettanto incisivo il padiglione spagnolo, laddove Oriol Vilanova lavora su un accumulo ossessivo di immagini. Una collezione di cartoline raccolte in oltre vent’anni diventa una gigantesca composizione murale, priva di gerarchia e di ordine narrativo. L’effetto è quello di un rumore visivo incessante: frammenti di turismo di massa che, privati del loro contesto originario, rivelano la costruzione artificiale dell’immaginario collettivo. La Spagna si distingue per una riflessione meta-artistica: non rappresenta il mondo, ma i suoi residui iconografici. La struttura di derivazione statale dei Giardini viene ribaltata presso l’Arsenale, il luogo per antonomasia dove la sperimentazione e l'attraversamento trovano le proprie radici. Le infinite navate dell'opificio industriale favoriscono progetti immersivi e installativi, svincolati da qualsivoglia rappresentatività obbligata. 
Il Padiglione Italia, collocato alle Tese delle Vergini, si configura come uno degli interventi più articolati e corali: l’allestimento si sviluppa come un ambiente in trasformazione, da un “bosco” di sculture in ceramica, immerso nella penombra, ad un paesaggio in costruzione, fatto di materiali naturali e riciclati. Il progetto si segnala per la dimensione relazionale: dialoghi con maestri del Novecento e un approccio collettivo che rende il padiglione meno autoreferenziale e più poroso, con una chiara vocazione internazionale per linguaggio e apertura. La Biennale continua inesausta a interrogare le identità e le forme della rappresentazione. Sembra che a prevalere sia una dimensione processuale che lascia emergere un comun denominatore: l’arte non è mai qualcosa di statico, bensì esperienza, archivio, corpo, relazione. Venezia si conferma come lo spazio di elezione nel quale le categorie tradizionali di opera, autore, nazione, vengono continuamente ridefinite e rimescolate, messe in discussione e in dialogo fra loro, aprendosi agli occhi e alle critiche del mondo intero. E se da un lato la Biennale continua a essere uno dei luoghi più avanzati della libertà espressiva, capace di accogliere pratiche radicali, politiche e disturbanti, dall'altro lato resta profondamente ancorata alla propria storia, ai propri luoghi di elezione e alle istanze della contemporaneità che oggi riflettono inesorabilmente le tensioni geopolitiche, le proteste, le istanze ecologiche e umanitarie, da sempre la carne viva della mostra. L’arte non è mai stata semplicemente rappresentazione: è il campo di battaglia dell'estetica universale, il luogo di frizione e di attrito tra visioni del mondo sovente inconciliabili, uno spazio utopico per definizione che esige libertà assoluta, mentre viene attraversata dai conflitti, dei quali è sia specchio che amplificatore. L’arte non può sottrarsi al reale, e il reale non sfugge mai alle tensioni e alle proprie ineluttabili contraddizioni.
MARIA CRISTINA MARRONI





