
Uniti dall’anagrafe, divisi dalla passione. Compagni di scuola, alle superiori, quando ancora si chiamavano “Professionali”, ma eternamente divisi dal tifo. Amici anche, capaci di passare due settimane a girare l’Europa in tenda e autostop, ma col preciso patto di non parlare mai di calcio, perché no, sul “pallone” non avrebbero mai potuto essere amici.
Berardo è teramano purosangue, per tradizione familiare; per Francesco il Giulianova è una fede, che viene anche prima della fede vera, visto che la domenica allo stadio si va sempre, ma a messa solo nelle feste comandate.
Ad unirli, come avrebbero scoperto quasi per caso proprio a scuola, quando negli Anni ’70 scoppiò l’epidemia di colera, era anche una caratteristica unica: il sangue. Gruppo zero rh negativo, quello che può donare a tutti, ma ricevere solo da un altro zero negativo. Quello che chiamano “sangue blu”, e che nei corridoi del professionale per l’artigianato gli valse il soprannome “principini”, che a loro, destinati a lavorare nelle officine meccaniche, in fondo piaceva.
Tanto che, nelle fantasie adolescenziali, avevano anche sognato di aprire insieme, un giorno, una grande officina per auto, moto e camion e chiamarla proprio “i principini”. Dove? A metà strada tra Teramo e Giulianova, ufficialmente per intercettare tutto il traffico in direzione Teramo - mare, e viceversa, ma in realtà perché nessuno dei due avrebbe mai accettato di lavorare nel territorio del nemico calcistico.
Dei derby, si parlava sempre e solo a partita giocata, per celebrare il rito degli sfottò.
A spezzare quei sogni, però, è stata la vita: dopo il diploma, Berardo ha trovato posto in fabbrica, alle porte di Teramo, mentre Francesco, dopo l’apprendistato, è andato a lavorare nell’officina di una grande concessionaria sulla costa. Non si sono persi di vista, anzi: la loro è rimasta per anni un’amicizia sincera, allargata poi alle mogli e ai figli, senza mai perdere gli sfottò di un post derby, fino ad una maledetta domenica di più di trent’anni fa.
Anche quella, una domenica di derby sul campo e di scontri fuori dallo stadio.
Tra le tifoserie, controllate a stento dalla Polizia, era volato di tutto: insulti, bastoni… sassi. Fu una specie di sampietrino a colpire alla testa il figlio ventenne di Berardo, sette punti e una cicatrice che sarebbe stata coperta dai capelli. Succede. Non dovrebbe, ma succede. Si scoprì poi, che a lanciare quelle pietre sarebbe stato un gruppo di tre tifosi giuliesi, tra i quali il figlio di Francesco. Le scuse non servirono a nulla, Berardo era convinto che i ragazzi si fossero visti e riconosciuti e che quella sassata fosse stata “mirata”.
Da allora, trent’anni di silenzio, di rancori, di vite a distanza, di memorie perdute, di ricordi soffocati. Di derby senza sfottò. E intanto la vita scorre, il tempo passa, i figli crescono, Berardo va in pensione, Francesco resta vedovo, diventano nonni, impegnati a seguire i nipotini, anche avviandoli alla fede calcistica, magari portandoli a vedere gli allenamenti della squadra del cuore, come fa Berardo, o annodando sciarpe da ultrà sul passeggino, come fa Francesco. Ed era proprio in casa col nipote e il passeggino “sciarpato”, parlandogli del derby che si sarebbe giocato la domenica successiva, quando all’improvviso si è sentito male. Un giramento di testa, poi un mancamento, alla fine un collasso. Gli operatori del 118 capiscono subito che è il cuore, lo defibrillano, arriva in ospedale in condizioni gravi, ma è vivo. Dovrà essere operato, al più presto, ma a Teramo sono già impegnati in un’altra urgenza, si va nelle Marche con l’elicottero.
Francesco lo scopre per caso, poche ore dopo, da un comune ex compagno di scuola incontrato al supermercato, e la cosa lo sconvolge al punto che lascia il carrello pieno e se ne va. Esce dal supermercato, avverte la famiglia e parte per le Marche, perché lo sa che, se devono operare Francesco, avranno bisogno di sangue. Del suo sangue. Lui non ha mai donato, non sa neanche se a 70anni lo si possa ancora fare, ma sa di dover partire.
E parte.
Quando arriva in ospedale, l’operazione è già finita ed è andata benissimo, Francesco sta bene, in ospedale c’era sangue zero negativo per le emergenze. Berardo, però, chiede di donare lo stesso, perché “non si sa mai”.
Qualche giorno dopo, c’era il derby.
Per la prima volta, in 70 anni di vita e di passione, l’hanno visto insieme, sullo schermo di un tablet, in una stanza d’ospedale.
Perché in fondo, l’unica cosa comune tra il biancorosso del Teramo e il giallorosso del Giulianova, è un colore sulla bandiera.
Rosso, come il sangue.
Ad’A
Foto: elaborazione AI

