Il decesso del feto sarebbe stato con elevata probabilità evitabile, se il tracciato cardiotocografico fosse stato interpretato correttamente e fossero state adottate misure tempestive. È per questo che tribunale civile di Sulmona ha condannato la Asl dell’Aquila a versare oltre 550mila euro a una coppia della Valle Peligna. I fatti risalgono al 2017, quando una donna, allora ventottenne e alla trentaseiesima settimana, si è presentata in ospedale segnalando l’assenza di movimenti fetali. Dopo monitoraggio e controllo ecografico, però, era stata dimessa, ma due giorni più tardi, al successivo appuntamento, fu accertata la mancanza di battito cardiaco. Il parto indotto portò alla nascita della bambina priva di vita. All’epoca, come ricostruisce il Messaggero oggi in edicola, la stessa Asl aveva disposto l’autopsia, attribuendo la morte a un’asfissia dovuta a giri multipli di funicolo ombelicale. I genitori avevano però scelto di agire in sede civile, promuovendo un accertamento tecnico preventivo che ha portato al riconoscimento della responsabilità sanitaria. Nel frattempo la coppia ha avuto altri due figli.
FOTO: elaborazione AI - certastampa digital

