×

Avviso

Non ci sono cétégorie

Screenshot_2026-02-27_alle_15.04.41.png

È una parola inattesa, quasi disarmante, quella che il Magnifico rettore Corsi sfodera nel suo discorso, all’apertura dell’Anno Accademico: felicità. Davanti a una decina di ambasciatori e ad una platea di rettori venuti dall’Italia e dal Mondo, il Magnifico teramano punta l’accento sulla felicità, declinata non come l’effimero benessere individuale, non come promessa di successo personale, ma quella eudaimonia antica che i greci legavano al fiorire dell’essere umano dentro la polis. È da qui che l’università di Teramo sceglie di ripartire: dalla convinzione che il destino dei giovani non sia separabile da quello della comunità che li accoglie. È una scelta di campo, prima ancora che un’idea pedagogica. Perché parlare di felicità, in un’inaugurazione accademica, significa spostare il baricentro: l’università non come macchina di titoli e competenze, ma come spazio in cui si costruiscono vite che trovano senso nella relazione con gli altri. E quindi, inevitabilmente, con la città. Nel discorso di Corsi, infatti, la felicità non è mai solitaria. È sempre declinata al plurale: fiorire “con e nella comunità che abitiamo”. Da qui prende forma la prima vera immagine di ripartenza: l’ateneo che torna a riconoscersi parte di un ecosistema umano e urbano, non più enclave ma tessuto vivo di Teramo. Se i giovani possono realizzarsi solo dentro una polis vitale, allora la qualità della città diventa questione universitaria. E viceversa. Per questo la crescita delle immatricolazioni, l’aumento degli studenti internazionali, i nuovi spazi restituiti alla cultura non sono presentati come trofei amministrativi, ma come segnali di una fiducia che rinasce. Dopo anni di contrazione, l’università torna ad attrarre perché torna a essere percepita come luogo in cui si può stare bene, imparare, vivere. Una ripartenza che non è solo statistica ma simbolica: la comunità accademica si riallaccia alla comunità urbana. Qui il discorso del rettore compie il suo movimento più interessante: dalla felicità dei giovani alla vocazione storica della città. Teramo come Interamnia, terra tra due fiumi che da millenni accoglie e integra. Una città senza mura alte, plasmata più dall’incontro che dalla difesa. L’università si specchia in questa genealogia: se la polis è nata dall’ospitalità, l’ateneo contemporaneo può diventarne la forma più avanzata, aprendo le proprie porte a studenti che arrivano da ogni parte del mondo, anche da terre ferite. La ripartenza assume allora un carattere quasi civile. Non basta crescere: bisogna crescere restando fedeli all’identità profonda del luogo. Quando Corsi invita Teramo a “riscoprire la sua identità di città accogliente e aperta”, parla in realtà a entrambe le comunità — urbana e accademica — come se fossero due volti della stessa realtà. L’università chiede alla città di essere orizzonte; la città chiede all’università di essere motore. In questa reciprocità, la dimensione globale non cancella quella locale ma la amplifica. Gli accordi internazionali, le reti accademiche, l’arrivo di studenti rifugiati diventano continuità di una storia antica di scambi e contaminazioni. Non provincialismo superato, ma territorio che si apre. È la stessa logica della felicità eudaimonica evocata all’inizio: la realizzazione individuale che passa dalla qualità delle relazioni e degli spazi condivisi. Da qui anche la lettura più politica — nel senso alto — della missione universitaria. Se la felicità dei giovani è inseparabile dal bene comune, allora formare professionisti non basta: occorre formare cittadini capaci di abitare la complessità e di prendersi cura dello spazio pubblico. L’ateneo diventa così infrastruttura civica, laboratorio di democrazia. Quando Corsi chiama gli studenti “nuovi costituenti”, lega esplicitamente il loro futuro a quello della società che costruiranno. È in questo intreccio tra felicità personale e destino collettivo che si colloca la vera ripartenza evocata dalla prolusione. Non solo crescita numerica, non solo innovazione didattica, ma ricostruzione di un patto tra università e città. Un patto fondato sull’ascolto: dei giovani, delle loro fragilità, delle loro aspirazioni; e sull’ascolto reciproco tra istituzioni e territorio. Come se il primo passo per tornare a crescere fosse tornare a riconoscersi. Alla fine, le tre parole con cui il rettore sintetizza la visione — comunità, apertura, innovazione —appaiono come declinazioni operative di quella felicità iniziale. Comunità: perché nessuno fiorisce da solo. Apertura: perché ogni polis vive di scambi. Innovazione: perché la tradizione, per generare futuro, deve trasformarsi. Così la felicità, parola apparentemente privata, diventa categoria pubblica e urbana. Non promessa individuale ma progetto condiviso. Ed è forse questa la chiave più profonda del discorso di Corsi: ricordare che un’università riparte davvero solo quando la città in cui vive torna a essere luogo in cui le vite possono fiorire. Certoo, sta anche alla città fare la sua parte.