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Screenshot_2026-02-28_alle_05.35.13.pngIl cartello affisso dal titolare del Bar Prati di Tivo, Antonio Riccioni, è di quelli che fanno male: «Una preghiera: non chiedeteci degli impianti. Sono chiusi e ne sappiamo quanto voi, per noi è imbarazzante! Grazie». Poche righe, quasi un biglietto di scuse. Ma chi dovrebbe davvero chiedere scusa al territorio? Dopo l’ennesimo decreto ingiuntivo, l’ennesima crisi gestionale, l’ennesima girandola di annunci sulla “ripartenza imminente”, si arriva al punto in cui un operatore turistico deve giustificarsi con i clienti, per qualcosa che non dipende da lui. È l’immagine più nitida del fallimento: un imprenditore che lavora in montagna ma deve difendersi dalla montagna ferma. Quel cartello è molto più di uno sfogo: è la certificazione pubblica di un cortocircuito. Significa che ai Prati di Tivo la narrazione ufficiale — progetti, tavoli, piani, prospettive — è ormai scollegata dalla realtà percepita da chi sale fin lassù. Turisti che arrivano e chiedono: gli impianti? Quando riaprono? E trovano come risposta non una data, non un cantiere, non un cronoprogramma, ma un foglio stampato in verde appeso in un bar. “Per noi è imbarazzante”, scrive Riccioni. Ed è forse la frase più pesante. Perché l’imbarazzo dovrebbe stare altrove: nei palazzi, negli uffici, nei livelli decisionali che da anni si rimpallano competenze e responsabilità. Invece ricade su chi tiene acceso il caffè, spala la neve davanti all’ingresso, paga bollette in un comprensorio che senza impianti diventa un parcheggio panoramico. Il turismo montano vive di fiducia e continuità. Ai Prati di Tivo, invece, ogni stagione è un’incognita e ogni annuncio dura lo spazio di un comunicato. Così si consuma lentamente il capitale più prezioso: la credibilità. E quando un territorio perde credibilità, non basta riaccendere una seggiovia per recuperarla. Il cartello di un barista diventa allora un atto politico involontario: racconta più verità di molte conferenze stampa. Dice che la comunità locale è lasciata sola a gestire le conseguenze di decisioni che non controlla. Dice che l’economia di quota è sospesa in un limbo burocratico. Dice, soprattutto, che la distanza tra promesse e fatti è ormai tale da generare vergogna in chi non dovrebbe provarla. Ai Prati di Tivo non serve più l’ennesima parola sulla ripartenza. Serve una data vera, un soggetto certo, un cronoprogramma pubblico. Finché non ci sarà, quel cartello resterà lì — non come una preghiera ai clienti, ma come un atto d’accusa silenzioso.