

La gestione della popolazione di cervi in Abruzzo torna al centro del dibattito pubblico dopo l’incontro promosso da Confagricoltura e CIA – Agricoltori Italiani delle province dell’Aquila e Teramo, svoltosi a Sulmona alla presenza del vicepresidente regionale e assessore all’Agricoltura Emanuele Imprudente. Al tavolo si sono confrontati studiosi, rappresentanti dei parchi, istituzioni e operatori del territorio, delineando un quadro ritenuto da molti ormai critico. Tra i partecipanti figuravano esperti di rilievo nazionale e internazionale come Francesco Riga (ISPRA), l’etologo Sandro Lovari, Stefano Mattioli dell’IUCN e Marco Apollonio dell’Università di Sassari. Presenti anche i direttori delle principali aree protette abruzzesi, tra cui Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Maiella, Gran Sasso e Sirente Velino. Dalle relazioni scientifiche è emerso un punto condiviso: la crescita incontrollata della popolazione di cervi, in particolare nella provincia dell’Aquila, viene attribuita all’assenza di interventi efficaci da parte della politica regionale. Secondo gli esperti, il fenomeno sta già producendo effetti rilevanti sull’equilibrio naturale. Le conseguenze riguardano non solo il comparto agricolo, ma anche la biodiversità. La pressione esercitata dai cervi sui pascoli metterebbe in difficoltà specie come camoscio, capriolo e orso, alterando gli equilibri degli habitat montani. La popolazione di cervi, inoltre, continuerebbe a crescere con ritmi stimati tra il 20% e il 35% annuo. I direttori dei parchi hanno espresso disponibilità a collaborare con le istituzioni per individuare soluzioni sostenibili, sottolineando però le difficoltà incontrate, anche a causa di ricorsi legali che hanno rallentato o bloccato interventi di contenimento. Critiche sono state rivolte anche alle proposte alternative avanzate da alcune associazioni ambientaliste, giudicate dagli esperti prive di solide basi scientifiche e difficilmente applicabili. Confagricoltura e CIA hanno puntato il dito contro quella che definiscono una gestione politica insufficiente, accusata di rinviare decisioni ritenute urgenti, come l’adozione di piani strutturati di prelievo selettivo. Secondo le organizzazioni, le misure attualmente previste per il 2026 sarebbero inefficaci e incapaci di incidere concretamente sull’andamento della popolazione. Oltre agli effetti sull’ambiente, cresce la preoccupazione per l’impatto economico. Le aziende agricole denunciano danni sempre più gravi alle colture: cereali, foraggi, vigneti e produzioni di qualità risultano esposti alla presenza massiccia di fauna selvatica. Una situazione che rischia di compromettere il modello di sviluppo basato sulla valorizzazione dei prodotti locali e sul turismo rurale. Non meno rilevante è il tema della sicurezza: l’aumento degli incidenti stradali causati dagli animali selvatici rappresenta un ulteriore elemento di allarme per cittadini e istituzioni. Le organizzazioni agricole chiedono quindi un cambio di passo immediato, invitando la Regione Abruzzo ad adottare strumenti già utilizzati in altre realtà italiane ed europee. La richiesta è chiara: decisioni rapide, responsabilità definite e interventi concreti. Il mondo agricolo, pur dichiarandosi pronto a mobilitarsi per difendere il proprio lavoro, attende risposte. Sullo sfondo resta una domanda rivolta alla politica regionale: come si intende affrontare una situazione che, secondo molti osservatori, ha già superato il livello di guardia? Il tempo, avvertono gli operatori del settore, potrebbe non essere più dalla parte delle istituzioni.

