

Tornare da Ebrius, non è stato… tornare da Ebrius. È stata un’esperienza diversa, magica, distillata da un piacere capace di farsi vera eccitazione, esaltazione pura. Avevamo già apprezzato la proposta del ristorante di Piazza Martiri, ma la straordinaria alchimia creata da Tommaso Melzi in cucina e Anna Esposito in sala, ha completamente rivoluzionato la proposta del ristorante, ridefinendolo in una dimensione di superiore eccellenza. Venerdì sera, abbiamo vissuto, non solo gustato ma letteralmente vissuto, una cena che non è stata solo un pur eccellente susseguirsi di portate, ma un viaggio sensoriale, un crescendo lirico che ha accarezzato il palato e acceso l’anima.
Si comincia con un gesto caldo, quasi materno: una frittellina dorata, fragrante, che custodisce un cuore sorprendente di bomboletti. Il piatto stesso è poesia visiva, ricalca la sagoma dell’Abruzzo come a dichiarare, sin dal primo morso, un atto d’amore verso il mare che bagna le nostre sponde.
Poi il rito si fa ancestrale, quasi sacrale: la degustazione di tre olii, accompagnati da un pane straordinario, vivo, profumato, nato dall’incontro di due grani. È un momento di raccoglimento, di ritorno all’essenza, dove ogni goccia racconta il sole e ogni briciola restituisce memoria.
L’insalata di mare arriva come un sussurro: presentata prima “a crudo”, poi servita appena accarezzata dal vapore, tenera, rispettosa, viva. Le puntarelle portano freschezza e tensione, mentre la maionese fatta in casa lega tutto in un abbraccio delicato, senza mai sovrastare.
Quando arriva il risotto di mare, si sfiora l’estasi. Sì, è vero, siamo da sempre devoti al fiore delle risaie, ma quello “dipinto” da chef Tommaso è indimenticabile, e non consideratela parola abusata, perché qui è una verità che si fa ricordo nell’attimo stesso dell’incontro col palato. Ogni chicco è al punto perfetto, ogni sapore è calibrato, ogni cucchiaiata è un’onda che torna, ancora e ancora, a chiedere di essere ascoltata.
Se il risotto è un dipinto, il brodetto è una scultura liquida, una composizione di tocchetti di pesci e crostacei che emergono da un nettare marino straordinario, intenso, profondo, quasi ipnotico. È il mare nella sua forma più pura, distillato in emozione.
E infine il dolce: un soffio. Gelato di nocciola e lamponi, avvolto da una nuvola soffice, imperlata di polvere di lampone. È leggerezza, è chiusura in levità, è poesia che svanisce lasciando una scia di felicità.
Per accompagnare il nostro percorso, la regina della sala, Anna, ha scelto vini perfetti, ricercati tra cantine abruzzesi che sanno preferire la qualità alla quantità, unici per capacità di dialogare con ogni sfumatura del menu: un Montonico spumantizzato vibrante, un Pecorino metodo ancestrale che sorprende per energia e profondità, fino al sublime Supremo bianco di Villa Colle, un vino che è un viaggio nella storia e nella cultura, autentica rivelazione, capace di elevare ogni sorso a momento memorabile.
Ma ciò che rende davvero unico Ebrius, come dicevamo è l’alchimia sensoriale, la sinergia, quasi magica, tra cucina e sala.
Tommaso Melzi guida i fornelli con visione e rigore, mentre Anna Esposito accoglie e orchestra l’esperienza con grazia e intelligenza emotiva. Marito e moglie, due energie che si fondono in un equilibrio raro, costruendo un’accoglienza che non è mai solo servizio, ma relazione. È proprio da questa alchimia che nasce la nuova identità di Ebrius. Una identità che non cerca scorciatoie, ma si costruisce giorno dopo giorno attraverso coerenza, qualità e una chiara direzione. I risultati sono evidenti. Il ristorante sta registrando una crescita significativa, attirando una clientela sempre più ampia e consapevole. Non solo numeri, ma percezione: Ebrius è oggi uno dei luoghi più interessanti del panorama gastronomico locale, capace di coniugare ambizione e intimità, ricerca e accoglienza. In un contesto come quello del centro storico di Teramo, un progetto di questo livello non è solo un successo imprenditoriale, ma un valore aggiunto per l’intera città. Perché quando un ristorante lavora così, non si limita a servire piatti: contribuisce a costruire cultura.







