


Cambia (!) la Giunta, ruotano le deleghe, si aggiornano le etichette. Ma lo stile — quello no — resta ostinatamente lo stesso. A Teramo, nel giardino dei Tigli, la misura si è persa da tempo, e l’ennesima conferma arriva da un mercatino “vintage” che, per tre giorni, fino a domenica, sta occupando uno spazio che non è neutro: è memoria civica, è identità, è rispetto. Perché qui non si parla di qualche bancarella di troppo o di un allestimento discutibile. Qui si parla di busti di uomini illustri trasformati in supporti occasionali, in appendiabiti improvvisati, in fondali casuali per merci e cianfrusaglie. Bottiglie appoggiate sulle teste, corde tirate al collo, oggetti accatastati senza alcuna cura: non è folklore, è sciatteria istituzionale. È l’idea — sbagliata — che tutto sia fungibile, che ogni luogo possa diventare qualsiasi cosa, purché “faccia movimento”. Il punto non è essere contro i mercatini. Il punto è dove e come li si organizza. I Tigli non sono una piazza qualsiasi né uno slargo anonimo: sono un luogo simbolico, un piccolo pantheon all’aperto che racconta la città attraverso i suoi protagonisti. Ridurlo a bazar temporaneo significa svilire quel racconto, abbassare l’asticella del decoro, trasmettere un messaggio preciso: la memoria vale meno di una bancarella. E qui emerge il vero problema: la mancanza di una visione. O, peggio, la persistenza di una visione povera, che scambia l’animazione con l’occupazione, la vitalità con l’affollamento, la cultura con l’intrattenimento dozzinale. La città che si candida a Capitale del libro e che si vanta di essere "città gentile!, continua a declinare nella grammatica già nota ella “gianguideria”: fare per il fare, riempire spazi senza comprenderli. Amministrare una città non è solo autorizzare eventi. È saper dire dei no, soprattutto quando in gioco c’è il rispetto dei luoghi. È stabilire regole chiare: cosa si può fare, dove, con quali limiti. È pretendere allestimenti dignitosi, controllare, intervenire. In una parola: governare. Intuisco quanto le mie siano considerazioni, queste sì, vintage... se è vero come è vero che l'uomo degli eventi e delle indomitate, quello che ai Tigli ha consentito le soste magnerecce della carovana dei camioncini del food, è stato promosso vicsindaco nel rimpasto. La Teramo governante fa finta di niente. Perché tanto “sono solo tre giorni”. Ma è proprio nei dettagli, nelle eccezioni concesse, nelle piccole rinunce quotidiane che si costruisce — o si distrugge — il senso civico di una comunità. Teramo merita di più. Merita persone capaci di distinguere tra valorizzazione e svendita, tra iniziativa e improvvisazione. Merita che i suoi simboli non vengano trattati come arredi di contorno. Perché quando una città smette di rispettare la propria memoria, non sta diventando più moderna o più dinamica: sta semplicemente diventando più povera. Potremo anche sottoscrivere protocolli di gentilezza ad uso di un flash o magari farci chiamare capitale del libro, ma se ci lasciamo andare alla rassegnazione al peggio, saremo solo una manica di cialtroni. Tutti.
ADAMO

