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Sono iniziati oggi, lunedì 4 maggio, i lavori di demolizione delle passerelle tra i palazzi di via Di Vittorio. Un intervento atteso da anni, invocato da residenti e osservatori, e diventato nel tempo quasi simbolico di un certo modo – lento, esitante, talvolta immobile – di affrontare i problemi urbani. Quelle strutture, figlie di una stagione architettonica ormai archiviata, hanno rappresentato a lungo un elemento critico: poco funzionali, discutibili sul piano estetico, e sempre più fuori contesto rispetto alle esigenze attuali della città. L'intervento è a cura della ditta D.I.S. Project srl Demolizioni di Roseto degli Abruzzi.

Oggi si interviene. Ed è giusto riconoscerlo. Il sindaco Jwan Costantini rivendica l’avvio dei lavori come un segnale concreto: la volontà di “affrontare e risolvere questioni rimaste aperte troppo a lungo”, trasformando le promesse in azioni. Una dichiarazione che fotografa bene l’ambizione politica dell’intervento, ma che inevitabilmente richiama anche il peso delle responsabilità accumulate negli anni. Perché se è vero che oggi si demolisce, è altrettanto vero che per troppo tempo non si è deciso. Il punto, allora, non è soltanto celebrare l’inizio del cantiere. È capire se questo segna davvero un cambio di passo. L’assessore ai Lavori pubblici, Matteo Francioni, inserisce l’operazione in un quadro più ampio di riqualificazione urbana, citando anche la prossima demolizione dell’ex scuola Pagliaccetti. Un disegno complessivo che, sulla carta, promette di ridisegnare pezzi importanti della città. Ma anche qui, la cautela è d’obbligo: i percorsi di rigenerazione urbana non si misurano sugli annunci né sulle singole demolizioni, bensì sulla capacità di restituire spazi vivi, funzionali, integrati. Demolire è sempre la parte più semplice. Costruire – nel senso pieno del termine, urbanistico e sociale – è un’altra storia. E allora sì, l’avvio dei lavori è una buona notizia. Ma è una buona notizia che arriva in ritardo, e che per questo non può essere accolta senza una certa dose di realismo. Più che un traguardo, è un punto di partenza. E come tutti i punti di partenza, chiede continuità, visione e, soprattutto, tempi certi. Perché le città non hanno bisogno solo di cantieri che si aprono. Hanno bisogno di problemi che si chiudono davvero.

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