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A Teramo la politica torna a muoversi lungo traiettorie già viste. Con il rimpasto di giunta ormai alle porte, nelle stanze della Maggioranza si fanno e si disfano equilibri, si contano pesi e si riaprono porte che fino a poco tempo fa sembravano definitivamente chiuse. Tra queste ce n’è una che porta a un nome destinato a far discutere: quello di Valdo Di Bonaventura. L’ex assessore, allontanato dalla giunta in una fase di forti tensioni politiche, potrebbe infatti rientrare in gioco. Non si tratta solo di voci di corridoio: negli ultimi giorni un consigliere di maggioranza avrebbe avvicinato lo stesso Di Bonaventura per sondare, a nome e per conto della coalizione che governa la città, la disponibilità a un suo ritorno nell’esecutivo. Un’ipotesi che racconta molto dello stato della politica cittadina. Perché se davvero la maggioranza sta valutando il rientro di chi era stato messo alla porta, significa che gli equilibri interni sono tutt’altro che solidi e che il rimpasto non nasce da una semplice esigenza amministrativa, ma dalla necessità di ricomporre fratture politiche. Dal canto suo, Di Bonaventura non ha chiuso la porta. L’ex assessore ha rimesso ogni decisione al giudizio del suo gruppo politico, con il quale sta lavorando alla costruzione di liste per il “Terzo polo”. Ma ha anche posto una condizione molto chiara: un eventuale ritorno in giunta dovrebbe avvenire solo con la restituzione di tutte le deleghe che aveva in precedenza. Una richiesta che, se accolta, aprirebbe inevitabilmente un nuovo fronte interno. Quelle deleghe oggi sono infatti distribuite tra gli attuali assessori, in particolare Sbraccia e in parte Cordone. Restituirle significherebbe ridisegnare ancora una volta gli equilibri dell’esecutivo, lasciando qualcuno senza competenze e inevitabilmente senza peso politico. È qui che il rimpasto rischia di trasformarsi nell’ennesimo gioco di incastri della politica locale. Perché il problema non è soltanto se Di Bonaventura tornerà o meno in giunta, ma cosa racconta questa eventualità: una maggioranza che, pur di tenere insieme i pezzi, valuta di richiamare chi era stato escluso. In altre parole, la politica che prima espelle e poi richiama, prima rompe e poi ricuce. Il rimpasto dovrebbe servire a rafforzare l’azione di governo della città. Se invece diventa il terreno su cui regolare conti politici o recuperare rapporti incrinati, il rischio è che a cambiare siano solo le caselle, non la sostanza. E Teramo, più che assistere a un nuovo inizio, si ritroverebbe davanti all’ennesimo giro della stessa giostra.
ELISABETTA DI CARLO