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DALITERAMOCercando le iniziative cittadine per la celebrazione di Sant’Antonio Abate, ho scoperto che Domenica 12 gennaio 2020 (sul sito della diocesi è scritto 2019), nel Duomo di Teramo, è stato benedetto il pannello di maiolica con  il Padre nostro tradotto in dialetto teramano che arriverà sul Monte degli Ulivi . C’è da scommettere che ci arriverà molto presto. Quanto c’è da viaggiare, festeggiare e inaugurare sono specialisti. Tra le centinaia di maioliche con l’iscrizione della Preghiera del Signore tradotta in tutte le lingue del mondo, esposte permanentemente nella chiesa del Pater Noster a Gerusalemme, ve ne sarà presto una con la versione in dialetto teramano. Una bella iniziativa.  Ma niente sull’importantissimo santo nemico del demonio: Santo Antonio abate, detto anche sant'Antonio il Grande, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta . Un santo molto importante, un eremita vissuto in Egitto considerato il fondatore del monachesimo e il primo degli abati. E’ un vero peccato che la chiesa locale non ricordi questo santo. Sarà perché i monaci  predicavano le rinunce agli interessi mondani per dedicarsi in modo più completo all'aspetto spirituale coinvolgendo la propria vita. E gli abati ( abbas, abbà , cioè "padre") erano persone che non avevano “autorità” senza avere “autoritarismo”. Nelle comunità, soprattutto nelle piccole comunità come la nostra dove c’è ancora una possibilità di comunicazione e ascolto, sarebbe molto importante ricordare queste figure. A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio. Del resto, per questo Sant’Antonio è festeggiato in tutta Italia, da Nord a Sud, come protettore dei maiali, e ovunque in suo onore vengono accesi enormi falò. In omaggio alla capacità del Santo di strappare dalle fiamme dell'inferno le anime dei peccatori. E proprio chi ne avrebbe più bisogno che fa, se lo scorda ?? Tutti gli anziani e gli agricoltori sanno bene che l’annata agricola inizia il giorno di Sant’Antonio Abate e termina il giorno di San Martino, durando pertanto dal 17 gennaio all’11 novembre. Le due date sono significative, oltre che onorate dalla Chiesa quasi ovunque con le figure di due grandi Santi. Questa giornata di gennaio viene alla fine di quel periodo dove la notte sembra non debba aver termine, quando il giorno sta riprendendo il sopravvento; così pure la terra, comincia a rinascere. L’uomo, fin dai primordi della storia, ha segnato questo periodo che prelude alla primavera con una serie di riti propiziatori, sacrifici di animali, feste. Per tale motivo la Chiesa, quasi ovunque, dopo le feste di Natale che celebrano la venuta della Luce tra di noi, indice dopo l’Epifania il periodo di festa del Carnevale, e pone proprio a metà di gennaio in venerazione la figura di Antonio Abate, santo egiziano vissuto nel III – IV secolo dell’era cristiana che, ricco di famiglia, lasciò tutti i suoi averi ai poveri, si consacrò al servizio di Dio. Ma che c’entra Sant’Antonio con la campagna e gli animali, seppure sia sempre raffigurato con un porcellino con la campanella al fianco, la fiamma in mano ed il bastone, dal momento che visse nel deserto ed in luoghi in cui i maiali non c’erano ? Già Sant’Antonio, ritiratosi nel deserto della Tebaide, prese a coltivare un piccolo orto per il suo sostentamento. Nel 1088 poi un nobile francese, Gaston de Valloire, dopo la guarigione del figlio dal fuoco di Sant’Antonio, decise di costruire un ospedale e di fondare una confraternita per l’assistenza dei pellegrini e dei malati, che col tempo si sarebbe trasformata nell’Ordine Ospedaliero degli Antoniani. Costoro avevano ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, poiché col grasso di questi animali ungevano gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant’Antonio, ma anche con la carne, nutriente e calorica nutrivano i degenti e i bisognosi. I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nei paesi con al collo una campanella. Da ciò deriva la tradizione, tra le più antiche del cristianesimo, che vuole Sant’Antonio Abate protettore delle campagne e dei contadini, degli animali domestici ma anche dei macellai e dei salumieri. Acerrimo nemico del demonio, con il quale l’agiografia racconta lotte furibonde durante le quali il santo fu più volte aggredito e percosso, secondo una leggenda popolare Sant’Antonio si recò all’inferno per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo. Mentre era in vita tanti ammalati si recarono dal Santo per chiedere e ottenere guarigione da terribili malattie; tra queste v’era l’herpes zoster, il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio. Per tale motivo, oltre che essere invocato come potente taumaturgo, Sant’Antonio Abate è patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri. Anche oggi, di fronte ad una agricoltura “tecnologica”, il culto di Sant’Antonio Abate non conosce crisi: non c’è stalla o casa colonica ove non si trovi appesa una sua immagine e quasi tutte le Parrocchie festeggiano a turno il Santo con liturgie solenni. Speriamo che anche nel teramano questo santo, i suoi valori e le tradizioni legate alla sua figura vengano ricordate e onorate.

Leo Nodari  

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