
C’è un punto, nel dibattito sempre più acceso che attraversa la politica cittadina, in cui la linea tra fisiologia e resa dei conti diventa sottile. È il punto in cui siamo arrivati oggi: mentre si attende l’azzeramento ufficiale della Giunta, annunciato dal sindaco all’inizio della settimana (ma forse si farà domenica), il baricentro della discussione si sposta su una figura che, almeno sulla carta, dovrebbe restare fuori dal “gioco” del rimpasto: il presidente del Consiglio comunale, Alberto Melarangelo. E invece no. Perché nelle pieghe della maggioranza si sta facendo strada un’idea che, fino a pochi giorni fa, sarebbe sembrata estrema: includere anche quella carica nel risiko politico che accompagnerà la nascita del nuovo esecutivo. Non è solo una suggestione, ma un segnale concreto di quanto siano agitate le acque. Ad alimentare ulteriormente la tensione è stata la decisione dello stesso Melarangelo di convocare per il 21 un Consiglio comunale dedicato alle interrogazioni. Una scelta che, in condizioni normali, rientrerebbe nella routine istituzionale, ma che oggi assume un significato politico preciso. In quella data, con ogni probabilità, la Giunta non esisterà più. Non è un mistero, del resto, che la conduzione di Melarangelo sia stata più volte criticata, anche pubblicamente, da consiglieri della stessa maggioranza. Le critiche non sono mancate, e non sono rimaste nei corridoi: sono arrivate in aula, nette, politiche, difficili da archiviare come semplici divergenze caratteriali. Ma al di là dei nomi e delle dinamiche personali, c’è un dato politico che pesa più di tutti. La presidenza del Consiglio comunale è espressione del Partito Democratico. È la terza casella occupata dai dem, dopo i due assessorati già in loro quota, tra cui quello della vicesindaca. E nel delicato equilibrio dei pesi interni, quel ruolo non è sacrificabile a cuor leggero. Se davvero qualcuno immagina di rimettere in discussione anche quella poltrona, deve sapere che il prezzo politico non potrà essere simbolico. Per il PD, perdere la presidenza significherebbe pretendere una compensazione adeguata: un terzo assessorato, come minimo, per mantenere intatto il proprio peso nella coalizione. È qui che il rimpasto smette di essere un’operazione tecnica e diventa una partita tutta politica. Perché ogni mossa su una casella ne muove inevitabilmente altre, in un effetto domino che rischia di complicare ulteriormente un quadro già complesso. Nel frattempo, l'azzeramento ritarda.

