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GIGIRRIVAIn un Del Duca praticamente deserto, il Teramo spreca, ancora una volta, l’occasione per dimostrare di essere una squadra da primato. Nonostante un grande primo tempo, la rete di Pavone, le diverse occasioni fallite, nella ripresa la seconda squadra di Ascoli Piceno pareggia, al netto di qualche evidente svista arbitrale. Morale della favola: occorreva vincere, ma i biancorossi non hanno vinto. Si troveranno al Bonolis contro l’Atletico per la semifinale play off. Il secondo posto era necessario anche per le assurde logiche dell’eventuale ripescaggio. Una grande squadra come il Teramo di quest’anno merita comunque un plauso per aver ridestato un ampio interesse nei suoi colori. Se dovessimo giudicare la squadra come un qualsiasi insegnante diremmo che il ragazzo è molto intelligente, ma non si impegna a sufficienza. Nel caso del Teramo, in realtà, dovremmo dire quasi il contrario. La squadra si impegna tantissimo, ma non eccelle. Come dire che è mancato qualcosa. Non vogliamo usare paroloni come gioco, tattica, schemi, variazioni di modulo o altre corbellerie di tale portata. In serie D, si vince con la qualità dei giocatori che hai (e il Teramo aveva i migliori) e correndo quantomeno come gli altri. Poi, vi è un terzo fattore. In Spagna, la chiamano garra, a Napoli, la nostra ex capitale, cazzimma, i discendenti degli emigranti USA la chiamano pluck. Al Teramo è mancata la giusta determinazione coordinata con la serenità e con l’assenza di paura. La grinta, quando non si coordina con la tranquillità, fa solo disastri. Per gestire l’equilibrio di giocatori così diversi, che hanno avuto ed avranno storie ed esiti molto differenti, occorrono i vecchi maestri, quelli del rimprovero burbero, ma anche quelli capaci di rapirti l’anima. Insomma, una grande madre o un grande padre, capaci di suonarti la sveglia quando ti rigiri nel letto alle otto meno dieci, ma anche capaci di rassicurarti nei dubbi e le ansie di cui solo i migliori sono alimentati.  Il Teramo ha perso una grande occasione. Inizieranno i play off, che dicono nulla o dicono tanto, qualora la società, facendo ancora una volta enormi sacrifici, decidesse di scoprire le carte del ripescaggio, avventurandosi in un campionato, l’ultimo dei professionisti, in cui le regole e i denari sono ben altri.  Negli ultimi giorni, comunque andrà, ci siamo convinti che la squadra del prossimo anno sarà molto diversa da quella vista all’opera oggi al Del Duca.  Non crediamo nelle riconferme di massa, soprattutto rispetto alle prime fila. Molti andranno via con il buon ricordo di una piazza che merita ampiamente la serie C. Il solo ricordo della finale di coppa Italia di Eccellenza davanti a cinquemila paganti o gli oltre mille di Ancona, peraltro vestiti di rosso come i garibaldini quando approdarono a Marsala, sono sufficienti a dire che a Teramo la delusione è profonda.  Il Nobel del campionato di serie D lo voglio attribuire al Notaresco. Un paese di cinquemila anime, che da anni onora la passione per il calcio e che quest’anno si è superato raggiungendo i play off. Immaginiamo, lire più lire meno, il presunto budget del Notaresco. Battere le mani non renderebbe onore a sufficienza. Sarebbe necessario togliere il cappello e chinare il capo, in segno di ossequio. Verso la società, verso l’allenatore, verso i calciatori, alcuni dei quali, i più giovani, ritroveremo a breve nel torneo di calcetto di S. Nicolò. Con lode.
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